…The end (?)

9 04 2008

come in una sorta di riassunto, cosi’ procedo:

- venerdi’ 4 Aprile abbiamo presentato a lezione timeet.com

- qualche domanda ha acceso un piccolo dibattito, cosa che abbiamo molto gradito e ringraziamo tutti quanti vi hanno partecipato

- uno dei creatori di timeet.com cosi’ commenta il nostro lavoro “Ottima la presentazione! Avete fatto un ottimo lavoro degno di net economy…Bravissimi e grazie ancora :)” - che dire? sono belle soddisfazioni

- infine, mentre attendiamo che il professore annunci l’esito, vi presentiamo a’ creatura

Timeet.com





Usabilita’

30 03 2008

beta test

Nello sviluppo di un nuovo software, e prima che lo stesso venga messo definitivamente sul mercato, uno dei problemi più difficili da affrontare da parte dei programmatori e’ sicuramente quello della usabilita’: creare, ad esempio, un sito internet ricco di errori o comunque di difficile utilizzo da parte degli utenti rappresenterebbe “la fine” prematura dello stesso. Per questo motivo il lancio di un nuovo software e’ preceduto da quella che tecnicamente viene definita come fase beta.

In questa fase viene proposta una versione beta del software e cioe’ una versione di prova, che viene messa a disposizione degli utenti per far venire a galla possibili errori (bug) o ad esempio incompatibilita’ del software con determinati sistemi operativi.

Con la diffusione di Internet si e’ diffuso il beta testing (o fase beta) soprattutto da parte di utenti non professionisti, immaginati come gli stessi che useranno il software una volta completo.

Gli utenti a loro volta ricevono il software senza alcuna garanzia di funzionamento , anzi con la consapevolezza di incappare in qualche errore, e segnalano al produttore i difetti incontrati. Questo ovviamente facilita molto il lavoro del produttore, perche’ molti errori sono difficili da scoprire e si rivelano solo in casi particolari, ed e’ piu’ facile che essi vengano scoperti quando il software viene testato da migliaia di persone con capacita’ ed abilita’ diverse.

Alla fine del beta testing, il programma e’ considerato completo e distribuibile sul mercato.

L’importanza del beta testing risulta evidente se si vuole fornire agli utenti un prodotto buono e che offra soprattutto una buona usabilita’ dello stesso.

L’usabilita’, secondo la definizione data dalla norma ISO 9241, e’ definita come il “grado in cui un prodotto puo’ essere usato da particolari utenti per raggiungere certi obiettivi con efficacia, efficienza e soddisfazione in uno specifico contesto d’uso”. Il problema dell’usabilita’ si pone quando il modello del progettista non coincide con il modello dell’utente finale (ovvero l’idea che l’utente concepisce del prodotto e del suo funzionamento).

Il grado di usabilita’ si innalza, ovviamente, proporzionalmente all’avvicinamento dei due modelli. L’usabilita’ nasce dunque soprattutto come ausilio alla progettazione, e si applica in particolare alle interfacce. E’ con l’interfaccia di un software, infatti, che ogni utente si relaziona. Ad ogni sua azione l’interfaccia proporra’ un risultato, un cambiamento di stato; poco importa, ai fini dell’usabilita’, come l’interfaccia sia giunta a quello stato, attraverso cioe’ quali meccanismi di programmazione (che sconosciuti ad ogni utente).

Con l’avvento di Internet e la proliferazione dei siti web, il problema dell’usabilita’ sta iniziando a spostarsi sul nuovo settore in qualche caso anche molto diverse da quelle tipiche del software: se un software viene normalmente usato dopo esser stato acquistato, un sito web prima viene usato, e solo se l’uso risulta soddisfacente puo’ dar vita ad una transazione ed eventualmente ad un guadagno.

Cio’ che risulta importante sottolineare e’ che i progettisti abbiano iniziato a spostare l’attenzione sull’utente finale, e che questo sia avvenuto (non senza grosse difficolta’) solo dal momento in cui tale utente-utilizzatore non era piu’ un esperto di informatica (come avviene nella stragrande maggioranza degli utenti che utilizzano siti internet).

 

A questo proposito vorrei riportare alcuni suggerimenti espressi da Jacob Nielsen, informatico danese considerato il guru dell usabilita’, su come produrre un sito internet “usabile”:

 

  • Dare all’utenza controllo e liberta’: in genere, e’ bene lasciare agli utenti il controllo sul contenuto informativo del sito, permettendo loro di accedere agevolmente agli argomenti presenti e di navigare tra essi, a seconda delle proprie esigenze. E ‘ fondamentale segnalare i link in modo adeguato, senza ambiguita’ di significato e posizionandoli nella pagina dove l’utente si aspetta di trovarli rispetto alle pagine precedenti.

 

  • Flessibilita’ ed efficenza: e’ bene dare agli utenti la possibilita’ di una navigazione differenziata all’interno del sito, a seconda della propria esperienza nell’utilizzo del Web e della conoscenza del sito stesso. Gli utenti non esperti, ad esempio, amano essere guidati passo per passo, mentre gli utenti piu’ esperti preferiscono utilizzare scorciatoie, delle quali anche utenti non esperti, man mano che aumenta il loro livello di esperienza, possono usufruire. Un altro aspetto dell’efficienza e’ anche il tempo di risposta del sistema alle azioni dell’utente, problema che nelle applicazioni web e’ tra i piu’ critici. Nei siti web, il tempo massimo di attesa non deve superare i 10 secondi, tempo oltre il quale gli utenti non mantengono piu’ l’attenzione sul dialogo e iniziano a passare ad un altro sito.

 

  • Aiutare gli utenti a riconoscere, diagnosticare ed uscire dalle situazioni di errore: i messaggi di errore dovrebbero indicare con precisione il problema e suggerire una soluzione costruttiva. Ad esempio, qualora l’utente non avesse compilato correttamente uno o piu’ campi a disposizione sulla pagina, il messaggio successivo all’invio dovrebbe segnalargli quali errori sono stati commessi, cosi’ da permettergli di recuperare con facilita’ all’invio successivo.

 

 

Da questi pochi suggerimenti appare evidente come sia fondamentale per i programmatori il ruolo degli utenti nell’ottimizzare la costruzione di un sito internet e per limare eventuali difetti.

 

Ciro

p.s. un esempio di usabilita’ tentennante lo rileviamo proprio con wordpress riscontrando numerosi problemi coi caratteri accentati sia che si usi firefox che safari… questa, ad esempio, e’ una normalissima “e” accentata che firefox non riesce a leggere: è.





SNA

26 03 2008

SNA

La Social network analysis e’ l’analisi e la misurazione delle relazioni e dei flussi che si instaurano tra persone, gruppi, organizzazioni, computers, siti web e altri processi di scambio di informazioni e conoscenze.

Nella teoria delle reti sociali (social network theory) la societa’ e’ vista e studiata come rete di relazioni, piu’ o meno estese e strutturate. Il presupposto fondante e’ che ogni individuo (o attore) si relaziona con gli altri e questa sua interazione plasma e modifica il comportamento di entrambi. Lo scopo principale dell’analisi di network e’ appunto quello di individuare e analizzare tali legami (definiti ties) tra gli individui (chiamati nodes). La rete delle relazioni stabilite (social network) e’ formata da nodi rappresentanti persone e gruppi.

Le reti sono quindi strutture relazionali tra attori ed in quanto tali costituiscono una forma sociale rilevante che definisce il contesto in cui si muovono quegli stessi attori.
La rete sociale risulta essere allora la struttura di relazioni le cui caratteristiche possono essere usate per spiegare, in tutto o in parte, il comportamento delle persone che costituiscono la rete.

Gli studi in questo campo sono oggi utilissimi per i consulenti manageriali nella gestione di reti di imprese e di affari (ONA=organiztional network analysis) ma anche nei settori di internet.
Oggi, infatti, i siti che permettono il “social networking” sono ormai diffusissimi e si basano proprio su quei principi e su quei concetti ricavati dalla social network analysis.

Ciro





Web 2.0

26 03 2008

web3.jpg

Spesso utilizziamo in questo blog termini e diciture che non hanno bisogno di molte spiegazioni ma che, con i dovuti approfondimenti, possono rivelarsi diversi da come ce li aspettavamo. Pensiamo quindi sia una buona idea utilizzare qualche post per spiegare in maniera piu’ articolata i concetti base che utilizziamo e utilizzeremo nel nostro lavoro:

Web 2.0 e’ un punto di partenza per nuove metodologie e applicazioni software, all’insegna della condivisione e della collaborazione tra esseri umani. Il web 2.0 rappresenta infatti il filo conduttore di una nuova filosofia all’insegna della collaborazione tra gli utenti: “un’interazione sociale realizzata grazie alla tecnologia”.

I servizi e gli strumenti del Web 2.0 trasformano ogni utente da consumatore a partecipante, da utilizzatore passivo ad autore attivo di contenuti, messi a disposizione di chiunque si affacci su Internet, indipendentemente dal dispositivo che utilizza.

Il web 2.0 e’ in continua espansione e non a caso il Time ha recentemente eletto personaggio dell’anno (con una singolare copertina raffigurante uno specchio e la scritta You) chiunque abbia creato, condiviso, diffuso ed usufruito di contenuti su internet, dimostrando in tal modo come il 2006 (ma il fenomeno cresce di giorno in giorno) sia stato l’anno della definitiva consacrazione del cosiddetto “Web 2.0″.

Alcuni esperti definisco il web 2.0 come lo “stato di evoluzione piu’ dinamico ed interattivo del world wide web” mentre altri come “tecnologie che permettono ai dati di diventare indipendenti dalla persona che li produce” (ad esempio il blog si potrebbe considerare come la versione Web 2.0 della vecchia homepage personale).

Jason Fried (creatore di 37signals, una “software house” fondata a Chicago nel 1999) nel libro “User Survey” fornisce una descrizione del web 2.0 in dieci punti:

1. La saggezza degli utenti: con questa definizione pensiamo direttamente al funzionamento di Digg.com, in cui il successo di un articolo e’ deciso dagli utenti che lo votano. La gente parla della forza dell’”Effetto della rete”. I risultati di Google funzionano in base a questa definizione. E’ il numero di link al sito che ne decide l’importanza.

2. Applicazioni web condivise: se applichiamo questa definizione, allora solo alcuni siti verrebbero classificati come Web 2.0: Basecamp, Writely e 30Boxes. Ma se pensiamo a Google e a Digg come applicazioni, allora molti altri siti rientrerebbero nella categoria.

3. Il web inteso come piattaforma: definizione abbastanza vaga. Avete ragione. Secondo Tim O’Really, che ha coniato questo concetto, significa mettere a disposizione un servizio che non potrebbe vivere senza il web. In quest’ottica, allora pensiamo a eBay, Craiglist, Wikipedia, del.icio.us, Skype e Dodgeball. Penso che ogni community possa rientrare in questa definizione.

4. Partecipazione degli utenti: Questo e’ il punto fondamentale che divide i vecchi siti dai nuovi servizi web come YouTube, Flickr e OhMyNews dove gli utenti sono anche gli autori. L’espressione “read/write web” illustra chiaramente l’idea che vogliamo trasmettere.

5. Pieno coinvolgimento dell’utente: I siti Web 2.0 usano CSS, AJAX, e altre tecnologie che aumentano l’usabilita’  e creano pagine dinamiche che sono i grado di mostrare piu’ informazioni nello stesso spazio.

6. Neologismo per Marketing: questo e’ almeno quello che gli scettici dicono. Cosi’ Google search, Amazon ed eBay, che fanno parte del Web 2.0 per una o piu’ delle loro caratteristiche, sono solo una sorta di moderna moda passeggera destinata a sparire. Questa definizione e’ parzialmente vera, anche se, secondo me, il Web 2.0 e’ molto di piu’.

7. L’importanza dei dati: La gestione dei dati e’ una competenza insita nelle aziende che trattano il Web 2.0. “L’SQL e’ il nuovo HTML”, e’ un’altra definizione che segue la stessa filosofia. Tutto il Web 2.0, dalle grandi aziende come Amazon e Google per arrivare alle piccole startup come 30boxes e Orchestrate, operano principalmente con database e praticamente non fanno altro che mostrare viste personalizzate.

8. Beta per sempre: Le applicazioni Web 2.0 sono continuamente rilasciate, riscritte e rivisitate su basi in continuo sviluppo. La maggior parte delle applicazioni di Google, per esempio, sono ancora in beta. Ancora, Flickr si rumoreggia sia modificato ogni 30 minuti. MySpace e altre reti sociali aggiungono nuove caratteristiche ogni quindici giorni. Questa e’ comunque diventata una caratteristica anche delle applicazioni standalone, basti pensare a Windows e MacOs che rilasciano fix e patch in continuazione.

9. Usare il web come e’ stato ideato: Paul Graham riferisce di un incremento nell’usabilita’ che e’ stata raggiunta attraverso un buon design, grazie a tecnologie come AJAX e anche perche’ e’ stato permesso agli utenti di organizzare le loro informazioni liberamente (si veda Flickr e del.icio.us).

10. Nulla: Molti asseriscono che il Web 2.0 non esiste. Personalmente trovo difficile condividere questa risposta. Semplicemente perche’ se da un lato e’ difficile trovare una definizione chiara, dall’altro e’ anche innegabile una lenta rivoluzione nei nuovi siti. E’ come voler descrivere il mondo con il solo bianco e nero. Esistono le gradazioni e le tonalita’ che dipingono meglio gli oggetti e la realta’. La stessa cosa credo si possa dire delle nuove applicazioni. Inoltre il Web 2.0 e’ ancora una espressione giovane. Ci rendiamo conto di cosa sia, ma non riusciamo ancora a definirne i contorni.

Ciro





Nuovo gruppo

26 03 2008

Ed eccoci a una nuova puntata dell’avventura timeet.com

Recentemente abbiamo creato il gruppo “sistemi informativi - informaweb”. I partecipanti sono gli autori di questo blog, ma nuove visite o addirittura nuovi membri ci farebbero molto felici.

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Inoltre saremo ben lieti di utilizzare anche quello spazio per confrontarci sui temi che presenteremo e che, a brevissimo, saranno presentati su questo blog.

A presto!

Roberto

p.s. la foto che ho utilizzato e’ un ritaglio di quella fatta dal professore e poi pubblicata su DOL…spero che nessuno se ne abbia a male :)





informatown - aggiornamento

20 03 2008

La citta’ degli informatiny sta crescendo, lentamente certo, ma sta crescendo. Ogni visita a http://informatown.myminicity.com/ fa aumentare la popolazione di 1 unita’. Se invece l’obiettivo e’ di aumentare il numero delle fabbrichette ci si collega a http://informatown.myminicity.com/ind (altrimenti si possono perdere cittadini stufi della disoccupazione, come e’ gia’ successo - ahime’!!)

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Notare la desinenza /ind, in futuro servira’ a migliorare la sicurezza (/sec), l’ambiente (/env), i trasporti (/tra) e il commercio (/com).

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Che dire, l’aspetto giocoso e’ piuttosto arido…ma non c’e’ dubbio che nel vederla crescere e prosperare si prova una seppur minima soddisfazione :).

Visitate la citta’ degli informatiny!!!!!

Roberto





…l’oggetto…

20 03 2008

Oggi vorrei fornire un’anteprima colorata dell’oggetto del nostro nuovo corso di analisi. Come ha gia’ anticipato Manuela abbiamo deciso di abbandonare il tema della “sicurezza e privacy” per la presentazione (cio’ non vuol dire che qualche altro post del genere faccia la sua comparsa) per accogliere timeet.com

Stiamo ancora raccogliendo le interviste e il materiale, quindi non mi dilunghero’ oltre se non con le prossime immagini:

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questa e’ la pagina che compare nel momento in cui si fa il log in, nella prossima immagine invece uno screenshot del gruppo dove spero saro’ accettato

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Gruppi, eventi, zone: queste sono le colonne portanti di timeet.com

A presto per nuovi approfondimenti!!

Roberto





La svolta…

19 03 2008

Dopo lunghe e piu’ o meno accese discussioni - e così giustifichiamo la nostra “breve” assenza - siamo finalmente arrivati alla SVOLTA

oooooooohhhhhhh...

Nel corso nelle ultime settimane abbiamo abbandonato l’argomento relativo alla privacy e sicurezza (precisando che le nostre ricerche non sono ASSOLUTAMENTE state tempo buttato poiche’ abbiamo appreso cose mooooooolto interessanti) per dedicarci all’analisi della nascita di una piattaforma, ossia timeet.com.

Ovviamente nel nostro lavoro non ci occuperemo della parte tecnica del lavoro ma della parte piu’ sociologica e relativa alla nascita di questo progetto, come si sia arrivati al prodotto finale (per quanto possa essere definito come finale dal momento che e’ stato lanciato solo da poche settimane), quali strumenti sono stati utilizzati, in che modalità, quali sono stati gli attori protagonisti di cio’, i primi risultato del lavoro ottenuto con il lancio di timeet.com, di social network analysis ma anche di web 2.0.

Ci stiamo muovendo con strumenti quali interviste agli autori della piattaforma, analizzando documentazioni che ci sono state fornite nonché approfondendo ulteriormente il discorso realtivo alla social network analysis ed a web 2.0.

Che ne dite??

Intanto, visto che le “vacanze” si avvicinano, auguro a tutti…

…e buon lavoro, per i miei “compagni di gruppo”… :-)

Manuela





CRITTOGRAFIA….un po’ di storia

5 03 2008

Si tratta di un argomento che come me affascina migliaia di persone sperse per il mondo. Innanzitutto la parola stessa crittografia deriva dall’unione di due parole greche: kryptós (nascosto) e gráphein (scrivere); in sostanza la crittografia si riferisce alle “scritture nascoste”, quindi ai metodi per rendere un messaggio “offuscato” (il c.d. crittogramma)in modo da non essere comprensibile a persone non autorizzate a leggerlo, che non sono in quanto tali in possesso del codice di crittazione.

La crittografia ha origini antichissime e mi sembra interessante fare qui riferimento ad alcuni ceni storici su questa tecnica antica quasi quanto l’uomo. Infatti già gli ebrei facevano ampiamente uso di precisi codici per tenere nascosti i loro messaggi più riservati, come il codice atbash. Si tratta questo di un cifrario a sostituzione monoalfabetica in cui la prima lettera dell’alfabeto è sostituita con l’ultima, la seconda con la penultima, e così via

Nell’attuale alfabeto italiano, questo significa:

Testo in chiaro: a, b, c, d, e, f, g, h, i, l, m, o, p, q, r, s, t, u, v, z

Testo in chiave: Z, V, U, T, S, R, Q, P, O, N, M, L, I, H, G, F, E, D, C, B, A

Il sistema spartano di comunicazione dei messaggi segreti era invece la scitala (piccola bacchetta in legno). Il messaggio veniva scritto su di una striscia di pelle arrotolata attorno alla scitala. Una volta srotolata e tolta dalla scitala era impossibile capire il messaggio riportato sulla striscia di pelle; la decifrazione era possibile solo se si aveva una bacchetta identica alla scitala del mittente: vi si arrotolava nuovamente la striscia di pelle ricostruendo la primitiva posizione. Questa tecnica spartana costituisce il più antico metodo di crittografia per trasposizione attualmente conosciuto.

Ma il più noto cifrario dell’antichità è senz’altro quello di Cesare, nato per proteggere un messaggio segreto rivolto a Cicerone. Il cifrario di Cesare è sicuramente il più antico algoritmo conosciuto; si tratta di un cifrario a sostituzione monoalfabetica, per cui ogni lettera del testo in chiaro è sostituita nel testo cifrato dalla lettera che si trova un certo numero di posizioni dopo nell’alfabeto (3 posizioni in quello di Cesare).

Lo schema era pertanto il seguente:

Testo in chiaro: a, b, c, d, e, f, g, h, i, l, m, n, o, p, q, r, s, t, u, v, z
Testo cifrato: D, E, F, G, H, I, L, M, N, O, P, Q, R, S, T, U, V, Z, A, B, C

Ecco un esempio di messaggio cifrato:

Testo in chiaro: stasera aperitivo da Giorgio
Testo cifrato: VZDVHUD DSHUNZNBR GD LNRULNL

Ma in conclusione è bene ricordare quanto sostenuto da Kerckhoffs nel suo libro del 1883 “La Cryptographie Militaire”:

“La sicurezza di un crittosistema non deve dipendere dal tener celato il crittoalgoritmo. La sicurezza dipenderà solo dal tener celata la chiave.





Privacy e Password

5 03 2008

Volendo affrontare il tema della privacy e della sicurezza sotto un diverso punto di vista ritengo interessante soffermarsi su di un argomento che per certi versi puo risultare banale ma che risulta necessario proprio per il nostro crescente bisogno di sicurezza: le password. Con la crescita esponenziale di servizi offerti dalla rete(mail, chat, forum, e-banking, acquisti on-line e chi più ne ha più ne metta!!!!) aumenta il numero di password che dobbiamo creare e di conseguenza ricordare!

Ognuno di noi utilizza password che definire banali sarebbe riduttivo: nomi di familiari, date di nascita, nome del proprio animale domestico, sport preferito o ancora più scontato la propria squadra del cuore :-) !!!Evitare di utilizzare questo tipo di password sarebbe quantomeno opportuno dato che sono argomenti di cui tutti parliamo con amici, conoscenti o peggio ancora nelle chat e nei propri blog. é anche vero che inventarsi ogni giorno nuove valide password non e’ facile!!!

Navigando in vari blog ho scoperto che esistono appositi software in grado di generare password casuali semplicemente impostando la lunghezza della password, la composizione(alfanumerica, solo numerica, solo alfabetica), l’ utilizzo o meno dei caratteri speciali (@ / ! ? < ^ …); l’ utilizzo delle lettere maiuscole e minuscole.Tra i tanti in circolazione vengono citati in particolare Password generator (programma gratuito ed Open Source per tutti i sistemi operativi Windows) e Quicky Password Generator

.

Entrambi i software, inoltre, sono in grado di esportare le password, generate anche grazie a dati random che sono forniti dall”utente con il semplice movimento del mouse, in un file di testo da stampare e conservare gelosamente in un luogo sicuro…….con la speranza che una password del tipo Hsq43zRT?43a^p offra maggiori garanzie di un Ciro1984 ;-)





La localizzazione del cellulare

5 03 2008

Si tratta di una tematica che considero piuttosto interessante che si ricollega sempre all’amato discorso relativo alla privacy e di quanto siamo siamo esposti nel momento in cui facciamo uso di internet o cellulari. Ricollegandomi a quanto scritto sotto (”Il volto dell’IP”) vorrei porre l’attenzione su uno strumento ormai diffusissimo quale il telefono cellulare.

Spulciando qua e là su vari siti internet e blog ho raccolto molte notizie interessanti per quanto riguarda la localizzazione delle persone tramite il cellulare, nonchè alla possibilità di intercettazione di chiamate, il tutto acquistando semplici “microspie GSM” o scaricando software spesso grautiti. Tutto quello che fino a qualche anno fa era prerogativa esclusiva delle forze dell’ordine, ora sembra ormai alla portata di tutti…quindi, non solo scovare criminali ma anche controllare gli spostamenti del proprio/a partner per qualche persona eccessivamente gelosa… :-)

Ad esempio I.Amhere è un servizio su web per una localizzazione geografica in tempo reale tramite l’utilizzo di un celluare con GPS. Ciò ha luogo sia tramite una registrazione in tempo reale del percorso dell’utente “controllato”, sia tramite una registrazione a posteriori dello stesso, inviato successivamente al sito.

Sono necessari alcuni requisiti, come un cellulare con windows mobile, un sistema GPS, una connessione internet sul cellulare e il sofware gratis GooMap (sender che si occupa di inviare i dati al servizio I.AmHere su internet).

Per qualche informazione più tecnica: http://www.tonycrypt.com/Sicur/Cell.htm





Uno strumento

4 03 2008

Oggi vorrei presentare quello che, probabilmente, sara’ lo strumento che utilizzeremo per la presentazione del nostro lavoro. Lo so, ancora non c’e’ un titolo definitivo, ma posso assicurare che il motivo non e’ l’incuria e nemmeno irrisolutezza. Il motivo e’ che abbiamo un progetto in fase embrionale che potrebbe farci abbandonare la triade web-sicurezza-privacy. Comunque questa settimana decideremo e infine ci presenteremo al professore…promesso.

Come dicevo il tema di questo post riguarda uno strumento molto interessante e moolto carino graficamente. Si chiama issuu, una living library dove gli utenti possono pubblicare gratuitamente i propri contenuti…la novita’ sta nella grafica: si tratta di sfogliare on-line le pagine proposte dagli autori come fosse un vero giornale.

E’ 2.0? Certamente! Perche’ non solo fornisce contenuti (racconti, foto personali, professionali e quant’altro), ma permette agli utenti stessi di pubblicare i propri e di condividerli on-line.

In altre parole, presenteremo in aula una rivista on-line :)

issuu.com





Il volto dell’IP

27 02 2008

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da flickr.com “Bl@ck Coffee”

Un dibattito piuttosto acceso che seguo da un po’ in rete e’ se l’IP sia o meno un dato personale.
L’Internet Protocol e’ un numero che rappresenta univocamente l’indirizzo dei computer presenti sulla rete. In altre parole e’ l’indirizzo di ogni nodo che, pero’, non rimane necessariamente uguale nel tempo.

Ricordate le connessioni 56k? Ad ogni connessione, ovvero ogni volta che si effettuava una chiamata al provider, ci veniva assegnato un IP differente (tant’e’ che il problema di allora erano i dialer) mentre oggi, con la diffusione dell’ADSL e della fibra ottica, gli indirizzi sono nella maggior parte dei casi statici.

Visitando il sito www.mostraip.it potrete scoprire un sacco di informazioni che riguardano la connessione, il computer e anche il browser che vi appartengono. Non male eh? Questo che vedete l’ho appena fatto:

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Teniamo presente poi che queste sono le tracce piu’ elementari che lasciamo, semplici informazioni che hanno poca rilevanza. Non si discute che pero’ di informazioni si tratta. Nel mio caso: qualcuno/a che si connette dall’Italia, che ha acquistato un Mac e che preferisce Firefox ad Explorer.

La domanda se dunque l’IP sia da considerare come un dato personale e’ molto delicata. In ambito europeo e nazionale l’atteggiamento e’ in questa direzione, ma il trattamento e’ meno chiaro.

L’approfondimento devo pero’ rinviarlo, cosi’ come l’introduzione dell’IP spoofing.

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da flickr.com “SMILING PUG”

Ma per finire inserisco un’immagine allegra, cosi’… dopotutto..che ci costa? :)

Roberto





Che tu sia maledetto…

22 02 2008

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Leggo questa interessante tesi sul blog “an amazing mind”: il successo dei sistemi operativi proprietari (Windows e MacOsX) sul libero Linux e’ da imputare alla gratuita’,
ovvero nell’atavico difetto umano di riporre maggiore fiducia nei prodotti che “costano” quale garanzia di maggiore qualita’.

A mio parere, pero’, il fatto che Windows sia pre-installato sul 99% delle macchine e che i Mac siano un unico pacchetto software e hardware, potrebbe servire da spunto per suscitare una sottile critica a detta tesi.

Resta il fatto che lo studente di psicologia Vlad Dolezal, autore del blog, e’ invece fermamente convinto nella “maledizione dell’essere gratis”. Non nego che, a mio modesto parere, questa tesi possa reggere sotto molti aspetti. Quando, ad esempio, racconta di come possano risultare differenti gli effetti della distribuzione promozionale di bottigliette di champagne se in un caso venissero regalate (evidentemente si tratterebbe di uno champagne che non e’ un granche’) e nell’altro vendute a 10$ invece che al loro “reale valore” equivalente al triplo.

Ma mi domando, questo esempio vale anche per Linux? Non credo proprio. Innanzitutto perche’ trovo difficile considerare un sistema operativo come un prodotto di lusso (qual è sicuramente lo champagne). Ma un dato senza dubbio più oggettivo lo ha riportato Dario D’Elia che nel dicembre 2007 ha pubblicato dal sito di Apogeo (casa editrice specializzata nell’informatica) i dati riguardanti la crescita di Linux in Cina.

Il nodo riguarda la necessita’ di ridurre il ricorso alla pirateria di privati e pubblica amministrazione attraverso la diffusione dell’open source. E il motivo e’, per rispondere a Dolezal, perche’ Linux e’ semplicemente piu’ economico dei sistemi operativi proprietari. Il successo di Linux si deve al Governo centrale, autore di piu’ di un quarto degli acquisti dei prodotti desktop.

Infine una nota tecnica: Zhen Zhongyuan, vice presidente di Red Flag Linux, riporta l’elevato “tasso di disinstallazione” quale prova della distanza che intercorre fra Windows e Os X e Linux. Questo tasso misura con quale frequenza gli utenti di Linux preferiscono ritornare al più tradizionale Windows.

Parrebbe dunque che la strada per la diffusione di Linux sia ancora lunga e piuttosto in salita, ma personalmente credo che la “maledizione di essere gratuiti” incida meno di quanto possa apparire.

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Comunque si vogliano considerare questi numeri il dato certo e’:
- La crescita nella diffusione di Linux e’ innegabile;
- Il suo utilizzo in ambiti aziendale, corporate e accademico sempre maggiore;
- La conoscenza delle sue potenzialita’ e’ sempre piu’ precisa e consapevole.

Roberto





Google - I episodio

12 02 2008

Giusto ieri ho trattato il tema Google e, mentre ero intento a stendere quelle righe, provavo a ricordare quali servizi e compagnie comprende e quali io stesso utilizzassi. Impresa piuttosto ardua, perche’ chissa’ mai quante aziende ha acquisito google da quand’e’ nata. Una volta pubblicato il post allora sono andato un po’ a zonzo per il web e, colpo di fortuna!, ho trovato un’interessante notizia sul blog di maestroalberto. Riporto qui di seguito il contenuto:

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…non c’e’ che dire: complimenti a google :D

roberto





Cookies

11 02 2008

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L’ultima volta il tema è stato il profiling degli utenti. Come gia’ detto quest’attivita’ puo’ avvenire implicitamente, senza che l’utente abbia necessariamente un ruolo attivo.
I cookie (letteralmente “biscottini”) sono piccoli file di testo che i siti web utilizzano per immagazzinare alcune informazioni appartenenti al computer dell’utente (fonte: wikipedia.org). I cookie trasmettono inoltre informazioni riguardanti il sito visitato e fanno in modo che il browser dell’utente sia in grado di riconoscerlo nelle visite successive, nelle quali infatti queste vengono nuovamente spedite al sito.
Le possibili applicazioni dei “biscottini” sono molteplici e tra queste ricordiamo ad esempio: memorizzare il login (cosi’ da evitare noiosi e ripetitivi inserimenti di login e password), personalizzare la home page (iGoogle ad esempio) e, ovviamente, tracciare il percorso del visitatore.

Ora, volendo scartare il qualunquismo del “tanto si sa che ci controllano” o cose di questo genere, a parer mio potrebbe essere molto interessante approfondire questo argomento.

Ad esempio e’ curioso scoprire che la gestione dei cookie non e’ completamente nelle mani degli utenti (ovviamente non mi riferisco ai piu’ esperti - da cui io disto anni luce). I browser controllano infatti la gestione dei cookie in toto e, se programmi open-source come Mozilla Firefox offrono maggiori possibilita’ di intervento, che dire del diffusissimo Internet Explorer?
Cosa fa dei cookie? Nessuno sa quali comandi esegue quando e’ in funzione, voglio dire, nessuno ha letto il sorgente di explorer…a parte gli sviluppatori, beninteso. Ok, sono un po’ paranoico, pero’…resta il fatto che di certo non si sa e non si puo’ sapere nulla di preciso.

Lo stesso quesito me lo pongo pensando a Google, che e’ il motore di ricerca piu’ famoso del mondo, che personalmente utilizzo e che mi offre iGoogle come home page, Gmail, Gcalendar, YouTube (si’, e suo) e chissa’ quant’altro ancora. Limitandoci a quanto dice wikipedia Google “spedisce un cookie che immagazzina dati riguardanti le ricerche, le parole chiave delle ricerche e le abitudini dell’utente”.

Percio’ ecco due nuove idee per i prossimi post: vorrei approfondire un po’ di piu’ il presunto potere di Google, cercando di escludere quanto piu’ possibile derive e deliri ossessivi. Ma, come si suol dire, daro’ un colpo al cerchio e uno alla botte, presentandovi Tor.

Roberto





Primi passi

5 02 2008
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Oggi voglio aggiungere un appunto per i lavori a seguire. Leggendo qua e la’ ho trovato il termine profilazione (profiling), ovvero quell’attivita’ di raccolta ed elaborazione di informazioni appartenenti ai navigatori allo scopo di generare la segmentazione dell’utenza in gruppi omogenei di comportamento.

I dati che sono interessati da quest’attivita’ sono vari, ma i piu’ importanti sono senz’altro quelli riguardanti (1) le scelte di navigazione effettuate dall’utente in uno specifico sito; (2) l’esplicita dichiarazione di preferenze e interessi eseguita tramite registrazione; (3) i dati demografici; (4) le risposte degli utenti identificati a promozioni particolari.
I risultati hanno molta importanza in ambito commerciale dato che attraverso opportune correlazioni possono fornire informazioni decisamente appetibili per le aziende. Ad esempio quali sono gli insiemi di contenuti maggiormente visualizzati dagli utenti su uno specifico sito (content affinities), o quali insiemi di contenuti sono tendenzialmente visti durante sessioni commerciali suggellate dall’acquisto e quindi dal successo (content effectiveness). Infine e’ possibile ricavare quali sono gli insiemi di prodotti che piu’ spesso vengono acquistati insieme (product affinities).

L’attivita’ di profilazione puo’ avvenire esplicitamente o implicitamente. Nel primo caso i dati vengono ottenuti tramite procedure di registrazione, in cui vengono compilati appositi moduli contenenti i dati personali dell’utente. Nel secondo caso viene tracciato il percorso di utenti anonimi durante la visita ad un sito (tramite IP o cookie).

L’attivita’ di profilazione e’ dunque una delle molteplici occasioni in cui agenti esterni e (potenzialmente) non riconoscibili facilmente dall’utente acquisiscono informazioni economicamente appetibili. Quali implicazioni per la privacy degli utenti, ovvero di tutti noi? Si tratta di paranoia oppure sara’ possibile riportare dubbi e quesiti fondati su solide ambiguita’ ?
Ecco pertanto la prima linea guida dei successivi post.

Roberto





Cominciamo..

1 02 2008

Ancora alla ricerca di un titolo che possa sintetizzare i contenuti di questa pagina posso dire, in poche parole, che si parlera’ qui di sicurezza, hackeraggio e web 2.0.

Per tutto il resto, chi vorra’ , vedra’ ! ecco.

Roberto

p.s. visitate il paese degli informatiny!

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